Le nostre (altre) vite di notte

“L’idea socialmente condivisa
che il sogno sia un portatore emergente
di chissà quali reconditi significati dell’animo umano,
associata all’impressione del terapeuta
di disporre di una buona teoria interpretativa,
conduce spesso il paziente a osservarsi
attraverso la misera finestrella dell’analisi del sogno.”
Davide Liccione

Una premessa: nessuno può sapere meglio di voi che significato ha un sogno e cosa può aiutarvi a capire, per cui chiedere a qualcun altro di interpretarlo è un po’ come chiedere a qualcuno di dirvi come state voi.

Al massimo l’altro potrà porvi delle domande adatte ad andare a fondo di ciò che avete sognato.

Nulla di trascendentale, comunque.

Vi inviterà a provare a completare la storia, a modificarla, a ipotizzare ulteriori sviluppi (ho dedicato un post all’argomento sul mio profilo Instagram, approfondendo nel dettaglio le domande che potrebbero essere utili).

I singoli elementi di un sogno (emozioni, percezioni, stati viscerali…) e i suoi contenuti (scene, personaggi, trama,…) dicono o non dicono qualcosa nella misura in cui rendono palesi o meno degli elementi che riguardano il sognatore.

Un sogno potrebbe essere visto come un “luogo” nel quale chi sogna sperimenta quelli che sono dei suoi (possibili, altri…?) modi di esistere.

Quindi, prima di tutto, appare abbastanza scontato che un sogno diventi comprensibile solo se inserito nel contesto di vita di chi lo sogna.

Sarebbe, infatti, impossibile comprenderlo separandolo dall’esistenza della persona che lo ha sognato.

Ma non basta solo questo.

Abbiamo detto che, in seguito a un sogno, il sognatore ha accesso a diverse possibilità d’azione o modi di essere, chiaramente gli devono anche essere congeniali.

Praticamente, anche se queste possibilità d’azione e questi modi di essere non li ha mai davvero messi in atto, li avverte comunque come qualcosa che gli appartiene, oserei dire (italianizzando un termine inglese) che “fittano” (dall’inglese to fit) con lui, “se li sente addosso”, sono congruenti a sé stesso.

Ecco perché ci si continua a sentire sé stessi nell’esperienza onirica, sebbene nei sogni si compiano spesso azioni delle quali non ci si crede capaci.

Il contesto del sogno – dove accadono avvenimenti assurdi e irrazionali – assume i contorni di una “simulazione” nella quale l’individuo si sperimenta, a livello emotivo, in nuove cornici di senso e/o realizza di poter esistere ed agire diversamente in situazioni a lui conosciute.

Possono emergere così altre possibili versioni di sé, che potenzialmente esistono. 

È per questo che un sogno può favorire cambiamenti positivi, richiama la nostra attenzione su eventuali possibilità d’azione che chiedono di essere espresse e che sentiamo appartenerci.

Facciamo un esempio.

D., un paziente con problematiche di natura ansiosa legate soprattutto al lavoro, sogna di essere in ufficio con il suo capo che sta controllando il suo rendimento mensile e che gli fa notare che sembra essere rimasto indietro con il disbrigo di alcune pratiche. Racconta inoltre che nel sogno sta mangiando un gelato e sente di essere molto calmo.

Da sveglio, D., si sofferma su quella inusuale e altrettanto piacevole sensazione di pace e serenità vissuta nel sogno. Si è sentito bene e ha avvertito quel modo di fare, seppur non abituale, possibile e desiderabile. Grazie a quel sogno, D. ha avuto la possibilità di rendersi conto che è possibile sperimentare stati emotivi differenti in una situazione che fino a quel momento viveva prevalentemente con agitazione.

BIBLIOGRAFIA

D. Liccione, I sogni parlano quando hanno qualcosa da dire, in “Giornale italiano di psicologia, Rivista trimestrale” 3/2019, pp. 543-548

G. Rezzonico, D. Liccione (a cura di), Sogni e psicoterapia: l’uso del materiale onirico in psicoterapia cognitiva. Torino: Bollati Boringhieri (2004).

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